COMUNICAZIONE – COS’E’ COMUNICARE ?

comunicare

  • Il processo comunicativo

 

Ogni comunicazione implica una relazione ed è il mezzo attraverso il quale tutti gli esseri umani hanno rapporti tra loro.

Ogni forma di comunicazione implica non solo una trasmissione di informazioni, ma un incontro reciproco tra i soggetti, tra i rispettivi repertori,

tra i differenti ruoli.

 

Comunicare deriva dal termine latino “communis”, “communicare”, ossia mettere in comune tra due o più persone esperienze, informazioni, pensieri ed emozioni.

E’ un processo di scambio di informazioni e di influenzamento reciproco che avviene in un determinato contesto.

E’ lo strumento principale di relazione che l’uomo ha a disposizione per creare e mantenere l’interazione con i suoi simili

La comunicazione umana mette in gioco variabili complesse, in cui hanno forte peso il significato del messaggio, il tipo di codice usato e le caratteristiche soggettive degli interlocutori.

Dal punto di vista psicologico, ciò che conta più del significato è la valutazione soggettiva che viene tratta da esso. In altre parole, l’importanza che l’informazione in entrata ha per il ricevente dipende dal senso e dal significato psicologico che essa ha per l’interlocutore (soggettività)

“Le competenze comunicative non sono innate, ma si sviluppano lungo tutto il corso della vita, sempreche si faccia qualcosa per svilupparle, ben inteso!”(Lusso,2005)

 

La comunicazione: un rapporto circolare

 

I principi della comunicazione

Ogni comportamento è comunicazione: non si può non comunicare

Il significato di un atto comunicativo è la risposta che si ottiene

La mappa non è il territorio

Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto ed uno di relazione

 

I livelli della comunicazione

 comunicazione non verbale

CHE COSA: Ciò che si dice (verbale) influisce per il 7%

 

COME: Ciò che si fa (paraverbale e non verbale) influisce per il 93%

 

Abbiamo visto come il linguaggio del corpo, o “comunicazione non verbale“, ha un peso decisivo in tutti gli scambi comunicativi. Si stima che il corpo sia determinante in almeno il 70% (fino al 90%) del messaggio trasmesso. Le parole, dunque, rappresentano solo una piccolissima fetta della comunicazione ( il 7%) che si alimenta, in gran parte, di cose non dette, di respirazione, di tatto, di toni di voce e gestualità.

 

Le forme espressive del corpo vivono di vita propria e si attivano, quasi sempre, al fuori del controllo cosciente.

I segnali partono dal nostro corpo e sono interpretati dal cervello di chi li riceve in modo del tutto inconscio.

 

  • – Giocare con l’anello,
  • – pizzicarsi il naso,
  • – annodare i capelli su un dito (tipico del sesso femminile),
  • – grattarsi la nuca
  • – aggiustarsi un polsino

e numerosi altri comportamenti simili sono tutti segnali che produciamo senza sosta, in modo quasi interamente automatico senza intenzione di trasmettere alcunché.

 

Questo però non significa che i segnali del corpo non vengano colti e non producano effetti.

Il processo avviene però, per lo più, al di fuori della nostra consapevolezza.

Talvolta, la percezione inconscia dei messaggi del corpo è causa di situazioni di incredibile disagio, apparentemente senza motivo

 

Per esempio un datore di lavoro può rendere pesante l’atmosfera in ufficio, senza fare niente di particolarmente disdicevole:

– può stare troppo vicino ai propri impiegati mentre parla con loro; – può toccarli in modo esagerato o eccessivamente confidenziale; – – – può ascoltare sorridendo le loro opinioni, stringendo le labbra fino a renderle livide e tremanti.

 

In situazioni come questa, anche qualora ci accorgessimo di questi comportamenti e cercassimo di parlarne, verremmo equivocati e tacciati di essere visionari o paranoici.

 

I segnali del corpo, infatti, proprio perché non riconosciuti come messaggi, si prestano ad essere facilmente smentiti.

 

Quando leggiamo il corpo non dobbiamo però soffermarci su un singolo gesto: quello che viene espresso in modo non verbale infatti è più simile ad un concerto che un assolo.

 

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Questo vuol dire per prima cosa che un messaggio riverbera in più parti del corpo;

 

l’ansia, ad esempio, può essere riflessa in una mano contratta, in un’ alterazione del respiro e in abbassamento del tono di voce.

 

Inoltre, i segnali del corpo possono agire in accordo (come nel caso descritto dell’ansia), in disaccordo o contribuire in “coro” al messaggio globale.

 

Una disarmonia si osserva quando alcuni segmenti del corpo contraddicono il senso trasmesso da una altra parte. Questo succede perché alcune regioni del corpo sono maggiormente sotto il nostro controllo; mentre altre lo sfuggono.

 

Così teniamo sott’occhio e “supervisioniamo” buona parte della mimica facciale e della gestualità; al contrario, non sappiamo in genere cosa stanno facendo i nostri piedi.

Più in generale, abbiamo un certa consapevolezza del corpo fino al bacino e siamo poco coscienti di quello che accade da sotto la cintura in giù. Inoltre, abbiamo piuttosto presente quello che facciamo con il lato destro (controllato dalla parte della corteccia frontale sinistra del cervello, la più calcolatrice ); per contro, molte cose ci possono sfuggire con il lato sinistro (controllato dalla parte della corteccia frontale destra del cervello, la più emozionale, legata al linguaggio e alla comprensione) .

Può capitare così che ci si trovi ad una festa e si sia coinvolti in una conversazione noiosa, quando a pochi passi c’è una persona che ci piace. In quella situazione, potremmo orientare il tronco verso l’interlocutore e avere i piedi puntati verso l’oggetto di attrazione.

Alle volte, un segnale non dice granché se preso di per sé, ma assume valore se accompagnato da un’espressione facciale o da altri comportamenti: così, per esempio grattarsi lo zigomo, ad esempio, non ci dice molto; ma se contemporaneamente il volto viene piegato di lato, significa fastidio, perplessità o disappunto.

Altre volte, uno stesso segnale può avere addirittura significati diversi a seconda della “cornice” in cui è inserito: muovere la lingua sulle labbra indica in genere piacere, ma se le sopracciglia sono sollevate e unite è indice d’ansia.

 

Il controllo che abbiamo di noi “declina” a partire dalla testa e arrivando ai piedi; inoltre è inferiore sul lato sinistro del corpo e maggiore su quello destro. Così, se subodoriamo che le parole del nostro interlocutore non siano sincere o “sentite”, conviene fare attenzione a cosa fa con la parte inferiore del corpo (specie, bacino, gambe e piedi) e con il lato sinistro.

Per esempio qualcuno può dirci di trovarsi a proprio agio in un dato ambiente, ma tenere un piede orientato verso una potenziale via di fuga (una porta, un uscio, ma anche – l’inconscio non va molto per il sottile – una finestra); in questo modo il suo messaggio verbale sarebbe contraddetto dalla posizione che assume. Un altro esempio è quello di qualcuno che ci dice di andare d’amore e d’accordo con il partner o il capoufficio e contrae al tempo stesso la mano sinistra, come se stesse per chiuderla a pugno.

 

Esiste una comunicazione non verbale detta analogica che è comune a tutti: passarsi la lingua sulle labbra è dappertutto un segno di gradimento; sfregarsi il naso è invece un segno di stizza dovunque. Anche le espressioni facciali che segnalano paura, gioia, tristezza, ecc. sembra abbiano una base biologica e quindi non siano apprese.

 

Naturalmente, parte del linguaggio del corpo è anche legato alla cultura; questo vale in particolare per i gesti e, altrettanto naturalmente, può portare a spiacevoli equivoci:

ad esempio, il fare il gesto di unire pollice e indice nel segno dell’Ok a Malta potrebbe generare a conseguenze imprevedibili: il suo significato lì infatti è “sei omosessuale”!

 

Il linguaggio del corpo è l’insieme dei segnali acquisiti. Questi si dividono in:

Emblemi: il segnale dell’ Ok o dell’autostop.

Segnali universali: sono quelli condivisi da tutti e che rivelano le emozioni.

Tutti questi segnali rivelano emozioni positive o negative.

 

Segnali positivi e di piacere:

– l’inumidirsi o leccarsi le labbra o sporgere le labbra – inclinare il busto in avanti

            – sporgersi o orientare il corpo verso l’interlocutore – il toccarsi o accarezzarsi i capelli – sollevare il piede o le mani – tenere un dito vicino o appoggiato alla bocca (soprattutto se dischiusa) – dilatare le pupille

 

Segnali negativi o di rifiuto:

– sfregarsi o toccarsi il naso – accavallare le gambe – togliersi una secrezione lacrimale – stare a braccia conserte – grattarsi lo zigomo – fingere di togliere le briciole dalla giacca – appoggiare un dito trasversalmente alla bocca chiusa con energia – spingere l’indice contro il labbro inferiore

 

 

 

Segnali di tensione:

– abbassare il tono di voce – schiarirsi la gola – muovere i piedi – sbattere velocemente le palpebre – inumidirsi le labbra con un guizzo veloce della lingua(soprattutto l’inferiore ) – lanciare lo sguardo verso la porta d’uscita – da seduti mettere le mani sui braccioli e portare il busto in avanti come per alzarci

E tutti questi segnali sono prodotti in modo involontario e inconsapevole.

 

Prossemica – La distanza fra i corpi

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La prossemica, disciplina che si occupa del significato e dell’uso dello spazio da parte dell’uomo.

Tutti gli animali vivono in una sorta di bolla virtuale che rappresenta la loro intimità e che ha il raggio della distanza di sicurezza, cioè quella che consente di difendersi da un attacco o di iniziare una fuga. Negli uomini, essa è di circa 60 / 75 cm. , cioè la distanza del braccio teso. La “bolla” è un dato di natura, mentre la sua dimensione e il suo valore di intimità sono dati di cultura e quindi variano: l’infrazione alle regole “prossemiche”, cioè alla grammatica che regola la distanza interpersonale, può generare una escalation, cioè far interpretare come aggressivi e invasivi, quindi degni di una reazione adeguata, dei movimenti di avvicinamento che non hanno questo significato nella cultura di chi li ha compiuti.

 

Gli psicologi sono arrivati a misurare le distanze che l’uomo, nelle diverse situazioni, tiene con i propri simili. Dal momento che i primi a occuparsi di prossemica, all’inizio degli anni Sessanta, sono stati gli statunitensi, le misure valgono per l'”americano medio”. Bisogna ricordare che i popoli latini e mediorientali tendono ad “accorciare le distanze”.

 

C’è dunque la distanza “intima“, che va dal contatto corporeo fino ai 45 centimetri: è quella che tengono gli innamorati, i genitori con i figli piccoli, i bambini tra loro e, in alcune circostanze, gli amici. “Non si tratta tanto di una distanza fisica, quanto psicologica”. “Non contano solo i centimetri, ma il modo in cui questi centimetri vengono vissuti e comunicati”.  A questa distanza, infatti, è possibile percepire il calore e l’odore della pelle e del respiro dell’altro, che possono suscitare in noi reazioni di piacere o di disgusto a seconda dei rapporti che ci legano alla persona.

Per esempio basta pensare al disagio che proviamo a sederci in una poltrona appena lasciata libera da un estraneo, se la stoffa è ancora “calda”: questo a volte è sufficiente a creare la sensazione di invasione della sfera intima, anche in assenza di una presenza fisica concreta.

 

Ad un secondo livello abbiamo la distanza “personale (per esempio, quella tra due persone che chiacchierano a una festa), a sua volta divisa in due sottofasi:

1) quella “di vicinanza” (45-75 centimetri) e

2) quella “di lontananza” (da 75 centimetri a un metro e 20).

Il limite dei 75 centimetri non è casuale”. A questa distanza è ancora possibile allungare la mano e toccare l’altro. Si tratta insomma di un confine che può essere rispettato o varcato e che ci fa capire molto della persona che abbiamo di fronte.

 

Anche il modo di dire “tenere le distanze”, probabilmente, deriva proprio da uno dei possibili atteggiamenti”. La distanza “personale” è quella che usiamo di più nella vita di ogni giorno.

 

Ad un terzo livello abbiamo la cosiddetta distanza “sociale“, (Oltre il metro e 20 centimetri e fino ai tre metri e mezzo), tipica delle situazioni professionali. “I tre metri e mezzo sono lo spazio raccomandato per le scrivanie di un ufficio “open space””. “In questa situazione, nessuno si sente obbligato a parlare con il vicino, trascurando il lavoro”.

 

La distanza sociale viene spesso manipolata per comunicare determinati messaggi di potere. Lo fa il capufficio che, in piedi, si avvicina all’impiegato seduto e invade il suo spazio personale, per dimostrare la propria supremazia. “La “tecnica dell’invasione” viene usata anche nelle vendite, per mettere sotto stress l’acquirente indeciso e spingerlo a concludere l’affare. Un esempio estremo di “invasione” si vede nei film polizieschi, durante le scene degli interrogatori. ”

 

Un modo più sottile per invadere lo spazio dell’altro è quello di usare gli oggetti come “protesi” del proprio corpo“.

 

Per esempio a tavola si può giocare con bicchieri, oliera e cestino del pane, spostandoli nell’area della persona di fronte a noi, che si sentirà a disagio senza però capirne il motivo”.

 

L’ultimo livello è costituito dalla distanza “pubblica“, (oltre i tre metri e mezzo): è quella tenuta dai professori universitari durante le lezioni, dai politici ai comizi, dai cantanti ai concerti, al di là di quelle che possono essere le norme di sicurezza adottate in questi casi.

 

Insomma, è come se ognuno di noi fosse circondato da un “bolla” che si espande o si restringe a seconda delle situazioni. Le sue dimensioni sono influenzate dall’età, dal sesso e dalle caratteristiche psicologiche di ognuno di noi. Gli uomini solitamente hanno una “bolla interpersonale” più grande rispetto alle donne, molto più abituate al contatto fisico tra loro.

 

La forma assunta dalla bolla non è del tutto sferica, ma leggermente allungata. Infatti, tolleriamo più facilmente un estraneo al nostro fianco piuttosto che di fronte; esporre il ventre all’avversario è ritenuto pericoloso ed imprudente. E neppure lo spazio dietro di noi è neutrale: c’è addirittura chi non sopporta di sentirsi “scoperto” alle spalle, un’area che sfugge al proprio controllo visivo.

 

Lo spazio inoltre è organizzato secondo schemi che riflettono la cultura e le esigenze degli esseri umani che lo popolano. Ed è proprio lo spazio a parlarci di queste diversità. Imparare ad “ascoltarlo” potrebbe essere un modo per conoscere l’altro. E magari accorciare le distanze.

Per fare esempi più vicini a noi, capita che italiani e spagnoli siano giudicati invadenti dagli anglosassoni, per la loro abitudine di gesticolare mentre parlano e di avvicinarsi all’interlocutore, pensando di farsi capire meglio. Viceversa, i nordici vengono considerati distaccati e freddi a causa dei loro atteggiamenti molto più statici.

 

 

“Se vuoi capire una persona non ascoltare le sue parole ma osserva il suo comportamento”

(Albert Einstein)

 

MyCounselor Manuela Fogagnolo

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